lunedì 18 aprile 2016

Il libro che vorrei leggere (Bozza)

Ho trovato libri che quando li ho chiusi dopo averli letti mi hanno fatto tirare un profondo respiro pensando “Dio, che bello”.

Non tutti i libri riescono a darti questa meravigliosa sensazione di riconoscersi, scoprirsi, viversi come se non solo lo stessi leggendo, ma addirittura come se lo stessi scrivendo tu, come se narrasse la tua storia in un modo che anche tu non avresti potuto fare. Non avresti potuto perché non l’avevi mai neppure riconosciuta in quel modo.

Alcuni di questi libri li trovi su scaffali quasi per caso. Sono lì che ti magnetizzano, ti stuzzicano. Forse ne hai già sentito parlare o hai letto qualche spezzone in un momento qualsiasi e in un posto qualsiasi. E quello spezzone ti è rimasto attaccato da qualche parte come un post-it.

Solitamente prendi tra le mani quell’insieme di fogli con una mano ferma e decisa. È il braccio che forse ancora fatica a portarlo più vicino a te. Quasi la paura di rimanere deluso. Il profumo è quello giusto, ora mi tocca assaggiarlo.

È quello giusto? Ma qual è il libro giusto? E perché proprio quello è quello giusto e non un altro? E ancora perché quello che è giusto oggi potrebbe non esserlo domani e viceversa?

Non sempre il libro che hai per le mani è quello che vorresti avere per le mani. Anche se poi però ti rendi conto che è comunque stato bello averlo proprio lì, leggere di qualcosa che non ha mai fatto parte di te ma che comunque è parte di un altro punto dell’universo che illumina il nostro cielo. Questo lo leggi perché comunque ti mostra lo stesso tuo mondo visto con altri occhi.

Mentre tu ammiri le meraviglie dei fondali marini ecco che qualcuno ti mostra la bellezza dello spumare delle onde contro la costa. Mentre qualcuno ti descrive la pace nello star sdraiato sull’erba di un prato ecco che tu invece lo vivi sulla cima di un corpo celeste che roteando a migliaia di km all’ora attraversa con evoluzioni a spirale uno spazio infinito. Mentre qualcuno fa un giro in bicicletta tu pedali a far girare il mondo sotto le tue ruote…

Ma allora com’è il libro che vorrei leggere?

In fondo il libro che vorrei leggere è quello che tutti vorrebbero leggere. È quello che ti cattura dall’inizio. Quello che risveglia in te emozioni già vissute o anche no. È quello che è gentile quando lo sei anche tu. Quello che sa essere eccitante quando sei pronto a lasciarti eccitare. È quello che ti dice quello che vuoi sentirti dire e che ti insegna cose che non sai o che credi di non sapere. Che ti rivela lati oscuri di te che non immaginavi neppure di avere.

Il personaggio principale del libro che vorrei leggere sono proprio io. Che lo voglia o no sono sempre io il soggetto di quel libro.

Lo sono nella trama sotto forma di personaggi, luoghi, situazioni. Nelle vittorie e nelle sconfitte. Lo sono nella relatività del giusto e dello sbagliato, nella semplicità di una formula complessa.

Lo sono in ogni singolo personaggio che riesco a delineare secondo quanto ho osservato negli individui che ho incontrato nella vita reale. Nel maschio e nella femmina. In un popolo, in una terra o nel Viskovitz di turno (in riferimento al libro di Alessandro Boffa “Sei una bestia Viskovitz” edito da Garzanti).

A volte lo sono proprio con tutto me stesso nelle situazioni vissute in prima persona, ma anche in quelle sognate e desiderate o persino in quelle che proprio non vorrei mai sperimentare sul serio.

Il libro che voglio leggere dunque è quello che mi parla, che si rivolge direttamente a me, alla mia attenzione o al mio subconscio. Mi elogia, accarezza il mio ego con lusinghe, offende a volte il mio senso del pudore, mi accende d’ira o d’amore, di dolcezza e di violenza.

Il libro che voglio leggere mi dice:

Ecco, ora sei tutto quanto stai leggendo. Che tu lo voglia o no sei entrato a far parte integrante di queste pagine. Esse vivono esclusivamente perché tu le stai leggendo. Si rivestono dell’importanza che d’ora in poi darai loro.
Non sono tanto le parole che leggi che creano la trama o che forgiano la storia, bensì è la tua mente che l’accetta, che la riveste dei colori della curiosità e attenzione oppure la tinge di grigio rendendola scontata.
Posso solo sperare che tu sappia trovare quel perfetto giusto punto di incontro tra gli apparenti opposti. L’aurora tra la notte e il giorno, l’arcobaleno tra il sole e la pioggia.
Sono un insieme di lettere messe in una particolare sequenza per riuscire ad esprimere ciò che spesso nemmeno con la voce si riesce a fare facilmente. Sequenze logiche a volte naturali e scorrevoli e a volte articolate e complesse da doverle rileggere per la sicurezza di averle colte nel giusto significato.
Tutti questi segni, questi spazi, queste punteggiature che il tuo occhio sa distinguere e che il tuo cervello riconosce e ricompone tra i due emisferi sublimandoli con la meraviglia dell’immaginazione. Mi sai riconoscere come il libro che vuoi leggere?

Ci sono comunque molti tipi di libri.

Ci sono quelli solo pensati. L’immagine mentale di un insieme di fogli sciolti sovrapposti. Sono fogli imprigionati in una copertina neppure abbozzata ma che è lì perché deve esserci. L’argomento che lega i vari fogli è sconosciuto perché lo scopo di quel libro è solo personale, per lo più economico. Diciamo pure che è solo un sogno di grandezza che non sa pronunciare una sola parola di utilità.

Ci si eleva fino a quel libro già previsto in ogni suo paragrafo, in ogni singolo capitolo, quello – per intenderci – che sarà disponibile in tutte le vetrine tradotto in centinaia di idiomi, un giro di milioni, un complesso meccanismo che coinvolge un universo intero.

C’è quello che ha tutte le parole che ne contengono la meraviglia ma ancora nessuna immagine o desiderio di realizzazione effettiva, quella che lo potrebbe far vivere sotto forma di stampa, pronto per essere divorato da altre menti.

C’è anche quello che cresce un paragrafo all’anno perché tanto non ha fretta di venire pubblicato, divulgato, apprezzato o odiato. È lì proprio per il tempo che trova tra altre necessità.

Mi sai riconoscere come il libro che vorresti leggere?

Sono forse un libro dalle parole appena sussurrate con un filo di voce? Parole che splendono chiare e inequivocabili che però odi come bisbiglio solo nella tua interpretazione? Parole nitidamente composte da tratti, curve e punti che non potrebbero essere altrimenti, dove le lettere si seguono l’una all’altra, alternate da spazi dai quali fuggono repentine le immagini le più personali?
Sono quel libro con parole che non ti violentano nell’intimità, con le frasi che scorrono come fresche acque di fonte, i paragrafi che rivelano dolcemente i vari colori dei capitoli? Ora un verde marino. Ora invece un rosso sangue che sfuma ai bordi con altre tinte, che a momenti sbiadiscono e in alcuni punti improvvisamente scompaiono su di uno specchio che riflette il tuo volto, ora sereno, ora curioso, ora rigato da una lacrima di tenerezza.
È ancora presto per dirlo. Per ora ti sto solo accompagnando nella scelta del libro che vuoi leggere… perché tu vuoi leggere un libro, vero?

Certo che voglio leggerlo, per quello sto cercando di definire come voglio che sia il libro che voglio leggere. Non è una cosa facile, certo, e credo ci voglia il suo giusto tempo per poterlo finalmente delineare in un contesto ben preciso.

Comunque voglio anche leggerlo nel momento che mi è più opportuno, cioè quando so che lo posso inspirare appieno, non come quando sono raffreddato che fatico a riempirmi i polmoni di vita. Non posso leggere qualcosa di amaro quando ho voglia di un dolce, ma può benissimo essere sia amaro che dolce quando la mia mente (il mio palato) ha la giusta frequenza per apprezzare sia l’uno che l’altro come qualsiasi altra qualità possa venir sprigionata alla sua lettura.

Dunque oggi è martedì e mancano pochi minuti alle 21:00 e tu vorresti un libro che riesca a comprimere la giornata appena trascorsa in modo da affrontare la notte a cuor leggero con la possibilità che domani ti sveglierai con la neve…

Non proprio così. Se io ti leggo domani e in un altro orario non sarebbe più martedì. Non sarebbero più le 21:00. E poi in un altro giorno ancora sarà piena estate ed il rischio di svegliarmi con la neve sarebbe (pressocché) inesistente, anche se forse sarà martedì.

Diciamo che in linea di massima quel giorno che mi metto a leggere il libro che vorrei leggere lui non mi direbbe che è un altro giorno e basta, mi direbbe che è quel giorno lì. Niente popò di meno che quello. Senz’ombra di dubbio quello in cui io e lui ci troviamo semplicemente lì, mentre lo leggo e mentre lui si fa leggere.

Certo, e poi magari vuoi anche che ti chiami Bastian e che ti chieda aiuto per salvare Fantàsia… (Michael Ende “La storia infinita”)

Non proprio in quel senso. Direi certamente che ci deve essere una certa intesa, una complicità, ma però non così palese, altrimenti potrei anche averne paura.

No. Deve essere proprio come una strada che si accende man mano che la percorro. Su questa strada ci sono i ragionamenti, le rivelazioni e… certo, perché no, delle illuminazioni su ciò che è sempre stato lì ma che al buio non riuscivo a vedere. Su questa strada procedo a passo sicuro perché non ci sono ostacoli, e se ho l’impressione di essermi perso un fiore di campo che faceva capolino sul ciglio, beh, allora ritorno un attimo sui miei passi e lo cerco.

Devo comunque essere sempre io a gestire questo viaggio. Nel senso che, sì, voglio farmi rapire, ma deve succedere con il mio consenso e con mio piacere.

Perché? Ti è già capitato che sei stato rapito senza che lo desiderassi? Quale libro ti ha fatto ciò?

No. Non è proprio così dai. A dire il vero sì ma non in quel senso… e poi non era veramente un libro, forse un racconto. Un sogno. Qualcosa che mi ha preso e mi ha portato in un posto che non conoscevo ma che mi dava sicurezza. All’inizio. Dopo non più. Dopo era solo una specie di libro che non avrei voluto leggere, pagine che non avrei voluto girare ma che ho dovuto comunque lasciare indietro, che sono sempre ancora lì. Girate ma sono lì.

Sto pensando se ho pagato un riscatto per la mia liberazione. Magari sono ancora sotto sequestro e non me ne ero accorto.

Comunque non è stato un libro. Mi fa piacere saperlo perché non me lo sarei mai perdonato che carta della mia carta e inchiostro del mio inchiostro abbiano potuto farti del male. Non è certo quello il nostro scopo. Che io sia o meno il libro che vuoi leggere in nessun caso voglio essere ragione di pena per te.
Certo posso farti piangere, ma se lo faccio non è per ferirti. Se questo capita è solo il pianto che c’è in te che emerge in seguito alle mie parole, non sono io a chiamarlo. Infatti se lo fai è perché c’è già qualcosa in te che non è in chiaro. C’è un tuo desiderio di piangere che aspetta solo il momento di realizzarsi. La scusa sono le parole che io ti sto mostrando, ma in realtà in un altro frangente le stesse parole ti potrebbero lasciare indifferente. O addirittura ti potrebbero far ridere.
Vedi che in qualsiasi caso un libro è solo un mezzo per risvegliare in te le emozioni. Come ben sai le emozioni sono solo in te e mai nelle cose. Anch’io posso solo pescare nella tua anima pensieri di ogni genere.
Perché taci? Stai forse pensando a quali pensieri vorresti che ora ti portassi ad accarezzare? Non c’è bisogno che me lo chiedi. La risposta è Sì! Posso farti accarezzare qualsiasi tuo desiderio. Ma io ti chiedo: Cosa vuoi leggere nel libro che vorresti leggere? Vuoi leggere qualcosa di filosofico? Di storico? Di geografico? Oppure di poesia, di spiritualità? … qualcosa di erotico?
Il libro che vuoi leggere lo stai scegliendo tu. Solo tu sai dove vuoi arrivare leggendolo.

Effettivamente mi stai stuzzicando con l’idea di sapere dove voglio arrivare leggendolo. Finora pensavo solo a come dovesse essere per catturarmi e far si che sia il libro che voglio leggere a tutti gli effetti. Ma davvero hai fatto bene a farmi notare che l’importante è proprio il fatto di dove io voglio arrivare leggendolo.

E già.

Dove voglio arrivare?

E già. Dove vuoi arrivare?



Solitamente è una cosa normale. Uno entra in un negozio, si sceglie un libro così, per i più svariati motivi prende quello. Forse perché ne ha sentito parlare. Forse è stato consigliato. Forse lo prende perché si è fatto infinocchiare dalla pubblicità. I motivi sono tanti perché uno lo fa. Magari poi non lo leggerà neanche e lo prende solo per far vedere che ha preso quel libro.

Poverino. Si, anche il tipo dai.

Io invece no. Eccomi qui ad arrovellarmi, a sciupare forse un tot di materia grigia per la semplice ed originale trovata che voglio leggere un libro e deve essere il libro che vorrei leggere. Ma guarda te se un’altra persona normale, sana di mente, si va a mettere in testa una cosa simile. Io si, ed ora ne pago le conseguenze perché devo scoprire a tutti i costi cosa cavolo è questo libro che vorrei leggere. Ma non basta. Devo anche scoprire il perché lo voglio leggere.

Certo che anche tu però non è che mi sei di molto aiuto.

Questo lo dici tu. A me sembra che ti sto dando tanti begli input che ti stanno illuminando il cervello come i fuochi d’artificio sul lago di Lugano.

Pam… pim… papapapam… bum… psssscc…zip, proprio come faceva quel signore in televisione quella volta. Quello che imitava i fuochi d’artificio dei paesi della sua zona. Tutti ridevano di lui, ma i fuochi di quei paesi si riconoscevano perfettamente in quei suoni e sapevano che mancavano solo la luce ed i colori per essere precisi precisi.

Ecco. Nella tua testa ora ci sono tutti quei semini di alberi giganteschi che aspettano solo di trovare il solco giusto per mettersi comodi, sprofondare bene il culetto e far spuntare di sotto le radici. E di sopra ecco scaturire un tronco sempre più robusto pieno di foglie e carico di frutti. Annaffiali un po’ e vedrai. Per il concime invece non preoccuparti, ne hai già immagazzinato abbastanza in altri momenti.

Grazie per avermelo fatto presente. Cos’è, ne senti anche tu il profumo? A no, dimenticavo da dove provenisse la carta.

Mi meraviglio di me, non mi ero accorto di averti dato questo genere di input. Mi aspettavo una reazione più creativa. Comunque è colpa mia e della mia battuta di spirito sul concime.

Credo che invece la colpa sia di entrambe. Ormai non è più martedì … o diciamo che non è più il giorno che era prima anche se magari è lo stesso perché lo sto leggendo qui e ora, che equivale a ovunque e in qualsiasi momento… Va beh, lo so che è complicato ma è proprio quella roba li e basta. E poi tanto non ci si accorge se tra una riga e l’altra dormo un po’. Peccato che tu non possa andare avanti a scrivermi suggerimenti e consigli che mi aiutino a scegliere questo benedetto libro che vorrei leggere.

Purtroppo devo darti una brutta notizia: sono io a scrivere quello che leggi tu, quindi vai pure a dormire che io mi esprimo ancora un po’. Poi tu mi leggerai qui e ora (he he… questa te l’ho copiata).

Complimenti. Due frasi buttate li e poi più niente, devo di nuovo riprendere in mano io la situazione.

Niente di eclatante mi sembra. Se non ci sei tu a leggermi scrivendo io non esisto, ma anche tu non esisteresti per me se non mi scrivi.

Esatto. Ed è sempre qui e ora sia per me che per te. Quindi devo proprio dire che il libro che voglio leggere è ancora indefinito e devo darci dentro prima di riuscire a sistemare quel groviglio di lettere e punteggiature che stanno scoppiettando sul lago di Lugano con la luce fioca, luce che crea una debole vocalizzazione articolata da un simpatico signore, quello che qualcuno ha deriso in televisione. So che manca poco a definire questo libro che voglio leggere. Perché anche tu sai che manca poco… vero?

Possiamo sempre crederci, ma in fondo aspettiamo e vediamo dove riusciamo ad arrivare. Anche perché se ti dicessi che siamo ancora lontani – e bada bene che non lo sto dicendo ma sto solo ipotizzando – poi tu magari ti lasci andare, ti demoralizzi e non mi ascolti più. Mi lasci di nuovo da parte come quei pensieri che poi scompaiono nel dimenticatoio.

Comunque devo sgridarti, sai?! Ancora una volta hai lasciato sfumare alcuni bei fuochi senza appuntarli su uno di quei blocchi che lasci sempre in giro per casa. Ti ripeti sempre che sono pensieri così belli che non si possono dimenticare e poi invece li dimentichi. Immancabilmente ti rattristi per quello e ti riprometti di annotarli la prossima volta. Certo che lo puoi fare, ma non saranno più quelli. Saranno altri. Magari anche più belli, più chiari e profondi, ma mai più quelli.

Caffè?

Qui e ora? Ma sì dai. Intanto hai visto che nevica? Ma non qui e ora, nevica e basta. E Forse è anche mercoledì, ma solo forse, e forse stai prendendo il sole sulla spiaggia… sempre e solo forse… ma non sai se avere freddo per la neve o caldo per il sole sulla spiaggia. Spero che non ti lasci influenzare così spudoratamente dalle prime frasi che passano sotto i tuoi occhi.

Pensa che bello. Mentre scorri le parole sul tuo libro ecco che compare la parola “felicità” e tu ti senti felice. “Sazietà” e ti senti appagato. “Caffè” e ti viene voglia di berlo, ma anche no se preferisci il Te o un’altra bevanda. Il discorso però cambia se le parole sono cupe e tetre. “Pianto”, “Dolore”… o se a sfondo sessuale: “Orgasmo” .. zac…

Ma dai, cosa scrivi? Ma che opinione pensi che si possa fare la gente di me se scrivo queste cose?

Scusami tanto ancora, sai. Non ti facevo così pudico. Ma forse vuoi semplicemente tornare al nocciolo della situazione: scoprire il libro che vuoi leggere.

Dunque mi hai già detto apertamente che non deve essere come La storia infinita di Michael perché ne avresti anche paura. Non so però se darti veramente ragione in questo. Infatti noi stiamo comunque già dialogando da un attimo. Un attimo che è qui e ora. Io non ti sto chiedendo di entrare nelle mie pagine per aiutarmi. Non lo faccio perché mi sembra di aver capito che sono io che sto aiutando te a far emergere finalmente in modo palese quello che è il tuo vero desiderio.

Magari vuoi solo che la responsabilità nella scelta del libro che vuoi leggere sia solo ed esclusivamente la mia, così se va bene hai la soddisfazione di aver appagato un tuo desiderio (e così sarai pronto per esprimerne un altro), ma se va male scarichi la colpa su di me.

Non credo sia vero quello che dici. Tu mi conosci già abbastanza bene e sai che faccio sempre del mio meglio per non dare la colpa a qualcuno o a qualcosa ma cerco invece di dare più importanza alla mia reazione in merito, al mio sentimento al riguardo. Sai, del tipo “non mi piace questo” piuttosto che “questo è brutto”. Si beh, a volte ci casco anch’io ma faccio proprio più attenzione sapendolo. Anzi, mi auguro un giorno di poter dire con gioia che non lo faccio proprio.

Forse appunto il libro che voglio leggere non deve solo dialogare con me nel modo giusto e al momento giusto. Probabilmente lo voglio anche eticamente corretto. Saggio. Profondo. Morbido e accogliente da dare pace e sicurezza.

E visto che non è simile a quello di Michael allora magari sarà un tipo quello di Richard Bach, quello con Donald Shimoda che dimentica “La guida del Messia” sul biplano di Richard (Richard Bach “Illusioni, Le avventure di un Messia riluttante). Tu vorresti quindi quella guida che in ogni situazione puoi aprire a caso e leggervi la sentenza e il consiglio più appropriato. Un consiglio eticamente corretto, saggio e profondo proprio perché viene dal Messia in persona. Saggio, profondo, morbido e accogliente perché sai che “il Messia” non ti tradirà mai proprio perché è il Messia.

Quanti hanni hai?

Lo sai benissimo che qui e ora ne ho (quasi) 58. Mancano ancora nove mesi che nel frattempo sono magari anche passati da qualche anno (pensavi di esserti liberato di questa mia ossessione…) Ma perché me lo chiedi?

Volevo solo farti la battuta “Ma credi ancora a Gesù Bambino?”.

Renditi conto che sono sempre e solo libri. Capitoli, Paragrafi, Frasi, Parole messe lì magari anche con tutto il cuore ma tutto messo lì da qualcuno che forse, e lo rafforzo bene quel forse, voleva proprio dire quello che tu hai capito. Forse chi ha scritto quelle cose lo ha fatto solo perché aveva a sua volta bisogno di qualcosa di rassicurante, qualcosa che gli facesse credere che possano esistere queste cose…

Stai cercando di dirmi che non esistono?

Ma niente affatto, anche se non voglio dire che è certo che esistano o che non lo facciano… di non esistere insomma, ma semplicemente che sono belle cose emerse da qui e ora di pace e gioia, esattamente come su altre pagine ci sono cose terribili che emergono da qui e ora di sofferenza, di terrore, di erotismo. Quindi sono tutte cose che fanno bene o male ma che non ti devono ossessionare per il resto dei tuoi giorni. Sono lì in quel qui e ora e lì devono restare. Non sono la rappresentazione dell’eternità.

Leggere di Maria Goretti o di Moana Pozzi è uno stimolo per portare in superficie ciò che hai dentro, ma il tutto deve fermarsi lì in quel qui e ora. Il tuo essere più profondo sa fare tesoro di queste cose e tu non hai bisogno di fartele ronzare ossessivamente nella testa facendo di te un bigotto o un ossessionato dal sesso. Sii sempre te stesso e vedrai che nella lettura coglierai sempre e solo quello che devi cogliere. Poi lo archivi e lasci che sia il tuo raziocinio a far emergere quello piuttosto che quello in base alla situazione in cui ti trovi.

Mi lasci quasi senza parole. Sembra che mi stai dicendo che qualsiasi libro potrebbe essere quello che voglio leggere. In effetti mi è già capitato di rimanere colpito da frasi sentite per caso in luoghi qualsiasi, dal testo di una canzone, da una battuta di spirito o letta su un fumetto.

Come quella volta che per giorni continuavo a pensare a quella massima leggermente modificata in modo da stravolgerne completamente il significato. L’ho trovata così bella e così profonda che mi spiaceva di non averla scritta io: “Hai voluto la bicicletta? Ti aiuto a pedalare”.

Ancora adesso la trovo bellissima, così piena da assumere un volume e un peso non indifferente. Eppure è una semplice massima che abbiamo ripetuto in modo diverso rendendola quasi offensiva e menefreghista. Quel finale che abbiamo sempre detto prima “Pedala!” non fa più ridere. Mostra anzi la nostra malignità, la nostra indifferenza e trascuratezza verso il prossimo. Invece “Ti aiuto a pedalare” è pura emozione. È un sorriso sul viso di chi la dice e su quello di chi ha comperato la famosa bicicletta che ha bisogno di essere “pedalata” in un modo o nell’altro. Deve essere pedalata per far girare il mondo sotto le sue ruote.

Sai Massimo, qui e ora in verità, in verità ti dico che siamo allora sulla buona strada. Di questo passo e con qualche ulteriore sforzo riusciremo a dare peso e volume a questo grande libro che anch’io sono curioso di scoprire. Mi fa piacere che lo stiamo scoprendo insieme. Mi fa piacere aiutarti a leggere tutto ciò che non è scritto.

Su non montarti la testa ora. Addirittura “in verità” ripetuto due volte come quello vero.

Ti sembro falso? O inesistente? O violento? Irruento? O qualche altro “ente” o “ento” che adesso non mi viene in mente?

Tu mi vedi proprio nel solito (ossessivo) qui e ora. Mi vedi reale e verace a seconda di come tu scegli di volermi vedere e comprendere. Anche Shimoda è riluttante proprio perché non vuole quasi accettare la sua qualità di Messia. Non la vuole accettare un po’ come anche Gesù ne “L’ultima tentazione di Cristo” di Nikos Kazantzakis non vuole accettare di essere l’eletto, il figlio di Dio.

Ma ti immagini come potrebbe essere la vita di qualcuno che ha la grandissima incombenza di dover essere un Messia, un eletto, un Maestro.

Ti svegli un mattino – sempre che non lo sei stato dalla nascita o addirittura prima di questa – e sai che sei uno di quei centri luminosi dell’universo. Quelli di cui fanno capo le varie intelligenze universali. E già, perché non puoi essere solo un eletto su questo pianeta ma lo devi essere per tutto l’universo. Ovvio.

“Ah… ecco.. buongiorno a tutti… sono io…” e intanto fai “ciao ciao” con la manina. “Per prima cosa un buon caffè! Anzi no, forse il caffè fa male, ma qualcuno dice che invece fa bene per altre cose… insomma bevetevi quel cavolo che volete che mi sono già stufato al solo pensiero di dovervi dire tutto quello che dovete o non dovete fare… io il caffè me lo bevo e basta, e se voglio ci puccio anche la brioche, inzupposa o no, alla vostra faccia!”

Pensa che snervamento essere lì tutto il giorno a sorbirsi i piagnistei di personaggi che non hanno ancora letto il libro che vogliono leggere e figuriamoci quindi se stanno poi vivendo la vita che sarebbe ora che vivessero. Pensa che brutto non poter neppure mandarli a … diciamo “quel paese” o meglio ancora a “vaffanzumpappappa”… perché tu sei l’esempio sulla terra che la perfezione esiste e loro ti disturbano per sapere se è il momento di tagliarsi i capelli o se devono farsi crescere la barba.

Terribile. Quasi roba da mettersi da soli i chiodi sulla croce.

Bene. Ora però hai superato il limite. Mi stai dicendo che prima di trovare il libro che voglio leggere dovrei vivere una vita diversa.

Se è quello che hai voluto leggere tra le righe allora è quello che volevi leggervi. Non importa a questo punto cosa io ho cercato di dirti… anzi ciò che ti ho detto chiaro e tondo. Tu manda giù il boccone e non farlo rigirare in bocca, altrimenti diviene cattivo.

Comunque non offenderti in quel modo e non prendere tutto sul personale come se fossi l’unico essere al mondo. Cerca un attimo di renderti conto che queste sono frasi stampate e può darsi che qualcun altro le legga. Quindi non sono necessariamente dirette a te, possono essere indirizzate ad altri.

Veramente sono io che sto scrivendo. Mi risulta un po’ improbabile prendere le cose che sto scrivendo come se fossero da e per un'altra persona. Già, ma come al solito proprio mentre lo scrivo mi rendo conto che invece è proprio così. Oh come sono patetico.

Tiriamoci in quadro dunque. Rimettiamo il campanile al centro del paese. Mettiamo bene i puntini sulle “i” … e poi ributtiamo tutto all’aria per non cadere nella trappola che ci fa credere che tutto deve essere così e non in un altro modo.

Visto che ho capito cosa volevi dirmi mi voglio dare da solo una pacca sulla spalla. Anzi due o tre.

Spero solo che alla fine di questo nostro scambio di… (posso chiamarle opinioni?) tu non venga a dirmi che sapevi già esattamente quale fosse il libro che voglio leggere. Non è che, di colpo, te ne esci con tanto di titolo, autore ed editore accompagnato da squillo di trombe ed effetti speciali? …quelli che si possono fare sulla carta, si intende?

No dai. Mi fido di te. Di chi potrei fidarmi altrimenti.

Ricapitolando ancora:

1.                   il libro che voglio leggere non mi parla direttamente altrimenti ne avrei paura.
2.                   Non contiene messaggi apparentemente casuali che vengono visualizzati a fagiolo in base alla mia necessità
3.                   Non pretende di portarmi le verità assolute, quelle che in tanti vorrebbero conoscere ma che vengono svelate solo a me.
4.                   Non si rivolge solo a me ma anche a altri lettori e lettrici

Ma ti rendi conto?

Cosa?

Stai redigendo una lista di come deve essere il libro che vuoi leggere…

Esatto. Perché? Cosa c’è che non va in questo?

Sembra quasi che vuoi far prendere freddo ad un ghiacciolo. “Punto uno, punto due, punto tre…” Ma mi hai preso per un manuale dei Vecchi Castori da pelliccia? Mi sembrava che il nostro rapporto avesse preso una connotazione più umana. Flessibile. Invece no.

Devi vedere tutto l’insieme delle cose. Non puoi dire in modo assoluto che non ci devono essere discorsi improvvisamente diretti con il te che sta leggendo. Discorsi che possono suggerirti messaggi, verità assolute proprio in quel momento che leggi il tuo libro. Perché no? Perché? Perché? Perché?

Accipicchia! Testa dura.

Ebbene no. Io non so quale potrebbe essere il libro che vuoi leggere. Per quanto ne so io non l’hanno ancora scritto. O forse non lo scriveranno mai. D’altronde chi si metterebbe a scrivere un libro per te. Solo per te?
È sempre questione di varie condizioni che si sovrappongono. Il tuo stato d’animo. Il momento e il luogo (anche se è sempre qui e ora). La tua salute, sia fisica che mentale. Le cose che conosci già e che potresti o meno riconoscere in ciò che leggi. Il tuo gusto personale. Il tuo Ego.

Tranquillo. Lo vedo che proprio ora non sai cosa scrivere. Devi prima riordinare nella tua testa le cose che ti ho appena scritto e che tu hai appena letto. Ti ho sentito sai che stavi pensando che forse le stai leggendo in un altro qui e ora. Non sono così insensibile.


Cos’è, non mi parli più?

Veramente abbiamo smesso entrambi di leggerci/scriverci. Non l’ho fatto solo io.

Permaloso?

Sì, lo sono. Ma non è per quello. È che dopo ciò che mi hai scritto mi stavo chiedendo cosa fosse veramente questa necessità che ho avuto. Quale fosse il senso della ricerca di un libro che vorrei leggere.

Davvero, è proprio strano. Ho cercato di leggere libri che mi sono rimasti veramente indigesti dalle prime pagine tanto da aver dovuto rinunciare al capire almeno di cosa stessero veramente parlando. Anche se alcuni di questi hanno vinto premi o hanno fatto molto discutere il mondo intero, devo dire che non vi ho intravisto assolutamente nulla, neanche fossero stati un elenco telefonico.

Altri invece anche senza leggerli mi hanno riempito l’anima. In quel caso spesso mi è bastato vedere la luce negli occhi di coloro che li hanno letti per sapere che se un giorno dovessi leggerli non me ne pentirei. Non li cerco semplicemente per il fatto che so che sono da qualche parte in attesa che per me sia il momento giusto, o magari proprio non ho bisogno di leggerli perché e tutto riassunto lì, in quella luce che sprigiona dagli occhi che li hanno letti e non occorre che lo faccia anch’io perché li ho già letti usando una mente non mia. Li ho letti con altre parole, con altre frasi, con altri paragrafi e capitoli. Addirittura con altri titoli e altri autori.

Come dicevo nel qui e ora che c’è all’inizio di queste pagine ce ne sono stati alcuni però che veramente mi hanno meravigliato. Questa meraviglia mi è sembrata nascere principalmente da quell’abilità dell’autore nel sapermi trattenere per il bavero anche quando tra le parole scritte e quelle non scritte non stava succedendo nulla di particolarmente importante. Anche quando c’era premuto il tasto di pausa.

Nella maggior parte dei casi non è stata tanto la questione del genere del libro. Non c’entrava se si sia trattato di un romanzo, un giallo, qualcosa sul genere psicologico o un libro per ragazzi.

Semplicemente un testo mi piace o non mi piace, perché il gusto è una cosa diversa per tutti. Così come lo è anche per il vino. Piace o non piace. Quella volta poi con Manuel è stata un’esperienza particolare. Mi aveva invitato ad una degustazione di vini. Il sommelier versava gli assaggi mentre spiegava le varie provenienze, i bouquet, le botti, i vigneti e le storie dei viticoltori (tutti rigorosamente della regione). Al primo assaggio torco un po’ il naso. Quello che sto assaggiando non mi piace e faccio di no con il capo. “Questo è un vino molto particolare” mi dice “ è un barrique!”. Gli dico apertamente che non mi piace. “… ma senta che rotondità nel palato…” e intanto lo assaggia anche lui e continua a sciorinare tutta la sua sapienza per esaltare quella enciclopedia di sapori che lui continua a riconoscere in quel bicchiere.

Lo so. Capisco che a te può piacere, ma se a me non piace non vedo perché devo dirti che lo fa. A un certo punto potrei anche pensare che stai facendo di tutto per convincermi a portartelo via perché te ne vuoi liberare. Stai cercando di convincermi di qualcosa di cui non sono convinto. Visto che piace a te vuoi farmi credere che anche a me deve piacere perché se non mi piace sono uno stolto. “Sa, a me piace il vino con il sapore di merluzzo. Metto sempre un pezzo di merluzzo nella caraffa del vino prima di berlo. È una delizia, una poesia creata da questo incontro tra il terreno sassoso dove cresce il vitigno e la profondità del mar Baltico dove è stato pescato il merluzzo. Rigorosamente con la canna da pesca. Non sia mai che lo si peschi all’ingrosso e selvaggiamente con le reti.”

Ecco cosa non mi piace. Etichettare le cose che devono piacere o non piacere a tutti. Indistintamente. Esattamente come i film di Stanley Kubrik. A me fanno venire il latte alle ginocchia. Non ce n’è uno che sono riuscito a guardare dall’inizio alla fine senza fare l’avanzamento veloce (dove era possibile) o senza addirittura spegnerlo prima della mezz’ora. È inutile che mi si ripeta che sono dei capolavori. Solitamente mi viene detto da persone che si reputano cinefili e conoscitori proprio per il fatto che apprezzano questo genere di film. No. Per me non funziona così. Piuttosto mi guardo qualche film “cazzata” perché almeno so che cosa mi aspetta.

Non potrò mai vedere l’arte in un pezzo di cacca solo perché è quella di un artista che si è divertito ad inscatolarla. Puoi metterci la più bella etichetta con la foto più bella stampata sulla carta migliore. La puoi esporre su uno scaffale con il sottofondo musicale del più grande musicista e illuminata magistralmente dalla semplice luce naturale, ma la sostanza è sempre quella. E non mi piace.

Dopo tutto questo discorso dove vuoi arrivare?

Ancora da nessuna parte sembra. Era solo per convincermi nuovamente che il libro che voglio leggere è veramente quello che mi parla e che, in fondo davvero non ha bisogno di rispettare dei punti numerati per essere quello che voglio leggere perché so che mi piacerà un sacco. E non lo farà solo perché è piaciuto a più del 50% delle persone che lo hanno letto.

Ora dimmi sinceramente. Credi che forse mi permetto di decidere prima come voglio che sia perché ho paura di scoprire che mi potrebbe piacere anche se non è come lo voglio? Astrusa forse come considerazione, ma in questo momento in cui mi sento nudo come un verme e vulnerabile come un bucaneve seppellito da una valanga credo sia la cosa più ovvia. Una dichiarazione in verità in verità, proprio quella che se lo merita due volte di esserlo.

Senti Viskovitz. Qualsiasi emozione tu possa provare nello sfornare considerazioni come queste la devi proprio esternare. Se non dai sfogo alla valvola della pentola a pressione c’è il rischio che quella scoppi e che ti fai male seriamente.

Cosa vuoi però che ne sappia io del perché stai cercando di capire quale sia il libro che vuoi leggere. Finora mi sembra quasi di aver capito che vorresti leggere il libro che narra della tua vita in modo da essere sicuro che il tuo passato sia stato quello. In modo da avere la conferma che sei ancora qui e ora in un presente che, a quanto pare, non è che ti stia dando un sacco di soddisfazioni. O sbaglio?

Certo, fai il ganzo e il figo che ride e che scherza, ma poi di nascosto ti ascolti i brani musicali più tristi per avere la scusa che la lacrimuccia sia dovuta a quella musica. È venuta a galla sì per quella musica, per quel testo e per quei ricordi, ma lei era già lì che aspettava di uscire, e solo tu sai perché sia stata lì. Perché È lì.

Non hai bisogno di dirmelo il perché quella lacrima è lì. Non mi importa. Sono qui forse solo per aiutarti a pedalare. Per aiutarti a far scorrere il mondo sotto le ruote della tua bicicletta. Magari insieme arriviamo da qualche parte. Sarà sempre una qualche parte, quella dove stavamo già andando, ma anche se non lo fosse la stessa fa niente lo stesso.

Credo di essere stanco di pedalare. Quando sono nato e hanno tagliato il cordone ombelicale è come se mi avessero dato in mano il bandolo della matassa dicendomi che da lì in poi erano cavoli miei. Quella matassa ingarbugliata è il bagaglio che mi è stato assegnato e che mi porto in giro nascosto chissà dove. Sempre che sia in questa dimensione. Così io ho iniziato ad arrotolare il gomitolo della mia vita cercando di farlo il più tondo e perfetto possibile.

Per il nocciolo ho avuto bisogno della supervisione dei miei genitori.  Ho iniziato gattonando quasi disordinatamente. Poi i passi. Dapprima incerti e poi sempre più sicuri e decisi.

Ho cominciato a pedalare attorno a quel gomitolo il giorno che ho scoperto che la vita mi appartiene. La mia vita è un gomitolo che diventa sempre più grande. Lo arrotolo pedalando a spirale attorno al mio passato. Un passato che posso raggiungere in ogni momento trivellando attraversando il filo che ho già avvolto, badando bene però di non romperlo, altrimenti dovrei srotolarne un pezzo per annodare i due capi di ri-congiunzione.

A volte pedalo con orgoglio facendo girare il gomitolo sotto di me come se nulla fosse e fischiettando la marcia trionfale dell’Aida o anche con una potenza e una convinzione di poter far tutto nella vita canticchiando Eagle degli Abba:

And I dream I'm an eagle
And I dream I can spread my wings
Flying high, high, I'm a bird in the sky
I'm an eagle that rides on the breeze
High, high, what a feeling to fly
Over mountains and forests and seas
And to go anywhere that I please.

Altre volte sono troppo frettoloso e vado a balla in una discesa vertiginosa e spensierata che, certo, è piacevole, ma fa sembrare che tutto scorra troppo veloce. Troppo veloce. Finché è troppo tardi.

Infine questi momenti. Quelli dove ti va il sangue alla testa perché sei a testa in giù. Quelli in cui devo impegnarmi di più per far scorrere il mio mondo/ la mia matassa in modo da ritrovartelo nuovamente sotto, anche se poi so che non possono esistere un sotto e un sopra se tutto è qui e ora...


Ecco. Mi aiuti a pedalare?







mercoledì 13 febbraio 2013

ma lui, chi è?

(Masismo Enzo Grandi – testo del 1994)

Quando ancora frequentavo le scuole elementari (diversi anni orsono), nelle ore di religione non mi sentivo affatto a mio agio, ascoltavo sì con attenzione le parabole di Gesù, ma l'insieme del catechismo, in un certo qual senso, mi urtava; non riuscivo a capire cosa realmente ci fosse da imparare da una storia che finiva così male.

Molti anni ho dovuto subire degli insegnamenti che, a mio parere di adole­scente, erano inutili e campati in aria. Non ero il solo, e questo fatto era una com­prova dei miei sentimenti verso la Dottrina Cattolica, tanto da ritenerla una sorta di ideologia politica tanto forte, rispetto alle altre, da giungere addirittura sui banchi di scuola. Considerato che anche la politica è sempre stata fuori dal mio pensiero di essere umano (questo ancora adesso che sono ormai un uomo "maturo") ritenevo che Dio fosse solo una scusa per poter manipolare le persone più deboli ad esclu­sivo uso e consumo di determinate associazioni composte da uomini senza scrupo­li.

Ricordo che un giorno chiesi a mia madre: "Ma perché Dio?" e lei, che non era una grande frequentatrice della Chiesa, mi rispose: "Se non avessimo Dio non potremmo nemmeno esistere, né come persone né come Anime". Ripensandoci ora mi rendo conto dell'enormità di questa sua affermazione, e sono sicuro che se la avessi compresa prima non avrei perso tutto questo tempo.

Quel giorno, ormai a venticinque anni suonati, che mi resi conto veramente di ciò che realmente fosse Dio, scoprii di aver perso un sacco di tempo in una atea apatia che ora ritengo una parentesi comatosa del mio spirito.

Ciò che mi propongo in queste pagine è dedicato particolarmente a quelle persone che, come io allora, non riescono a concepire, a livello mentale, che Dio è solo un semplicissimo nome per definire ciò cui l'universo deve tutto, che in realtà:

"Ogni nome è suo e ogni cosa gli appartiene"

Spesso mi capita che, amici o conoscenti, mi rivolgano la domanda:

"Ma chi è Dio?"

Questa domanda è molto imbarazzante. La mia concezione di Dio è talmente ovvia e logica che potrei trovare sciocca la questione, se non avessi avuto l'esperienza diretta, di questa sensazione di vuoto interiore, che spinge a porla.

Dipende moltissimo da colui, o colei, che la porge; sorge, nella maggior parte dei casi, spontanea alla persona cui ti rivolgi con i discorsi più disparati, in cui ab­bracci il significato del Divino Essere nel tentativo di giustificare determinate azioni o comportamenti; rende, nel discorso, più palese il "pensiero" della per­sona in questione, pensiero il quale può derivare da una mente bigotta, da un fana­tismo religioso, da una forma di egoismo materiale prodotta da delusioni personali, quindi difficilmente disposta ad ascoltare la risposta, oppure, in una situazione più costruttiva, da un serio interessamento al raggiungimento di uno stato d'animo volto alla realizzazione dello Spirito Divino.

La maggior parte delle volte, dopo la definizione di Creatore del Tutto, mi so­no visto ribadire (domanda più che giustificata) che: "se tutto ha avuto un inizio an­che Dio deve averlo avuto". Questo punto richiede una definizione di inizio che purtroppo non è così semplice da dare a queste persone, in quanto non hanno an­cora realizzato che Dio non è né una persona né una cosa, bensì va' oltre la materia e, soprattutto, oltre ogni umana concezione.

Se, in modo errato, siamo in grado di negare, in modo drastico, l'impossibi­lità di un inizio della nostra consistenza di materia e di pensiero, dobbiamo quindi realizzare l'indefinita eternità, quindi qui non parliamo più della parola "Dio", bensì della parola "Eterno".

Eterno significa letteralmente "senza inizio né fine", quindi, se veramente siamo consapevoli di uno svolgere dell'eternità, siamo già sulla buona strada per realizzare anche il significato di "Tempo". Questo tempo esiste ora come esisteva ieri e come esisterà domani (tre situazioni molto vicine alla nostra percezione). Siamo pure consapevoli che prima che noi nascessimo ci fosse stato qualcosa, e che quindi noi siamo giunti a far parte di questo qualcosa; riconosciamo quindi l'esistenza di altro oltre a noi stessi (nel limite cui arriverò più avanti); l'esistenza non è nient'altro che l'essere (noi siamo, voi siete, essi sono, oppure anche: siamo stati, siete stati, sono stati).

Se già ci risulta difficile definire, in modo concreto e tangibile, l'inizio, l'eternità, il tempo e l'essere, come qualità, dobbiamo pure comprendere quanto lo sia di più definire colui che queste tre cose le comprende in modo completo; chi veramente "ha orecchi per sentire" saprà, a questo punto, dove rivolgere le proprie ricerche per giungere alla comprensione (seppur in modo semplice e limitato) di ciò che continueremo a definire "Dio" (come d'altro canto si è sempre fatto).

Quella parte del nostro cervello umano che ci dà la possibilità di avere le nostre idee, le nostre opinioni e, in modo particolare, le nostre sensazioni, è abitua­ta a collegare l'immagine di Dio al corpo (limitandolo in modo misero) di un arcano signore dalla barba bianca e seduto su un trono tra le nuvole; lo immaginiamo compassionevole che tende la mano a qualcuno che ne ha bisogno, oppure serio e imponente mentre giudica cattive azioni, dimentichi di ciò che veramente dovrebbe rappresentare nella nostra vita quotidiana, e non solo, superficialmente, la domeni­ca o durante le feste comandate.

Solitamente ci rivolgiamo a lui (sia che ci si creda realmente o meno) per ri­chiedergli dei favori particolari, giungendo talvolta a proporgli dei veri e propri ri­catti (se mi aiuti ti prometto che...) o altrimenti recitiamo qualche preghiera per mettere a tacere la nostra coscienza se abbiamo commesso qualche peccato. In qualsiasi caso ci affrettiamo a misconoscerlo se non ci concede palesemente la grazia che gli richiediamo.

Quanto siamo miseri e ipocriti!

Nella sua incommensurabile onnipresenza lo denigriamo ad una semplice an­cora di salvataggio dei casi estremi, ignoranti della sua vera essenza, dimentichi della sua opera nell'universo, ma, peggio ancora, convinti che null'altro gli sia do­vuto.

Quando duemila anni fa, Gesù, compiva azioni miracolose e predicava inse­gnamenti fondamentali per tutto il genere umano (e non), poteva vantare la sua di­scendenza diretta del divino Padre, perché ne era in costante contatto; sia che giun­se sulla terra mandato da Dio in persona o che abbia acquisito in seguito (come as­seriscono taluni) il metodo di entrare in contatto diretto con lui. L'importante non è come lo sia stato, come tanto meno è importante la concezione immacolata da parte di sua madre Maria, tutte queste disquisizioni divergenti, in seno alle varie teologie, non fanno nient'altro che ingarbugliare ulteriormente quel senso di verità che Cristo ha cercato di insegnare a coloro che lo stavano ad ascoltare.

Anche altri profeti, malgrado fossero di umili origini, tenevano monologhi dai profondi significati spirituali spinti dalla presenza divina in loro, riuscendo addirit­tura a proferire enormi e importantissime sublimazioni dell'esistenza, permettendo alla presenza di Dio, in loro, l'utilizzo dei loro organi vocali.

Vorrei qui precisare, per coloro che non concepiscono minimamente il si­gnificato di Dio, che queste asserzioni servono principalmente a spiegare come egli si comporta nell'ambito dell'esistenza umana, di modo che sia più semplice giungere anche al suo concepimento come esistenza reale e non solo ideologica.

Come possiamo dunque essere certi che queste persone, Gesù o i profeti, abbiano realmente tenuto un comportamento sotto la guida, o - meglio - dietro ispirazione diretta, di Dio e non per una strana forma di alienazione mentale?

Sappiamo benissimo che esistono al mondo molte persone che agiscono in modo riprovevole con la convinzione di essere stati toccati da ispirazioni o rivela­zioni divine, e in molti casi, purtroppo, ne hanno fatte le spese molti innocenti, siamo quindi sempre abbastanza restii nell'accettare per vero ciò che il nostro prossimo ci propina; più che giusto!

Cerchiamo quindi di distinguere nettamente ciò che viene ispirato realmente da Dio e ciò che invece potrebbe passare per tale.

Prescindendo dalla reale ispirazione dei testi ritenuti a tutt'oggi sacri, sia i testi della Bibbia o del Corano ecc., possiamo fare in modo di estraniarci per un attimo dalle convinzioni che ci siamo creati nell'arco della nostra presente esistenza sulla terra e analizzare obiettivamente quale sia la situazione principale per la no­stra esistenza, cioè il benessere. Qualcuno penserà subito al cibo, chi ai soldi o alla natura incontaminata, al sesso o a qualunque altra cosa, dimenticando quello che è il sentimento e la sensazione verso queste cose, cioè la gioia, la pace e l'amore! Queste sensazioni di piacere non sono strettamente legate all'oggetto cui diamo importanza, dipendono esclusivamente dalla nostra mente; una dimostrazione ovvia la troviamo nel fatto che alcuni di noi trovano buone determinate cose che ad altri invece non piacciono assolutamente, quindi questo "oggetto" del piacere non ha l'importanza che invece ricopre il piacere in sé stesso, ne deduciamo quindi che il nostro benessere è nel provare una sensazione, non nell'oggetto che ce la procura.

Considerando ora che siamo tutti, per così dire, sulla stessa barca possiamo benissimo renderci conto che tutti proviamo piacere, dovrebbe dunque risultare più facile immaginare l'umanità intera immersa in questa situazione, senza che alcuno ne rimanga escluso con le scuse più banali, quindi realizziamo la fratellanza tra in­dividui, nazioni, popoli.

Quell'espressione estasiata che viene proposta nei ritratti di Gesù o di Santi non è affatto un'espressione beota, tutt'altro, è l'illuminazione di chi vive veramente nel continuo benessere spirituale; se qualcuno ci fotografasse mentre proviamo l'apice del piacere saremmo anche noi esattamente così, non per questo, però, stu­pidi.

Questo nostro quadro astratto di Dio sta' man mano prendendo quindi dei li­neamenti precisi, vale a dire: Eternità, tempo, essere, amore, benessere, sentimen­to, sensazione; decisamente sono esclusivamente attributi che non si possono toc­care direttamente con mano, ... li si possono però sperimentare, e non superficial­mente come siamo abituati a fare, bensì entrando nel loro più profondo significato.

Saliamo di un piccolo altro gradino, cercando di capire meglio taluni suoi interventi nella nostra esistenza.

Quando, come ci spiegano le sacre scritture, creò l'universo, di sicuro non si mise a tavolino a preparare i piani ed i progetti, è un'immagine distorta che viene dettata dall'arretratezza culturale.

Se noi per un attimo riusciamo ad immaginare un piccolo vuoto, un nulla, uno spazio di inesistenza abbiamo, seppur in modo minimo e paradossale, l'aspetto di Dio prima della creazione (Dio è nulla, potrebbe, in qualche modo, essere una asserzione reale), questo caos segue una determinata Logica, è il nulla che giunge a riflettere sulla sua inesistenza, creando una catena di reazioni, di riflessi; è per questo che il mondo materiale non è preso in considerazione da Gesù e da altri maestri appartenenti ai più svariati gruppi religiosi; sempre per questo Gesù disse a Ponzio Pilato che il suo regno non era di questo mondo, semplicemente perché questo nostro mondo si trova nell'immaginario. Vi prego di non fraintendere questa definizione: non è che non esiste, esiste sì, ma solo in una particolare dimensione. Per essere più chiaro vi porto un esempio banale ma importantissimo: i suoni, i colori, la materia e l'energia sono misurabili su una scala di modulazione, vale a dire che se si potesse modificare la modulazione di un suono su determinate fre­quenze si otterrebbero dei colori, lo stesso procedimento sui colori porta alla ma­teria, mentre sulla materia porta all'energia; naturalmente non disponiamo delle ap­parecchiature necessarie per mettere in atto questa evoluzione, cioè, la nostra mente sarebbe in grado di farlo (miracolistica) ma, per fortuna, solo chi ne ha l'ef­fettiva coscienza può permetterselo. Sapreste, in effetti, immaginarvi le conseguen­ze, se il genere umano attuale dovesse possedere questa qualità? Si creerebbe una situazione di disordine totale; ognuno, seguendo il proprio metro mentale, modifi­cherebbe a proprio piacere il sistema delle cose (chi ha visto "Cenerentola" di W.Disney si ricorderà del ballo finale dove le due fatine cambiano in continuazione il colore dell'abito della loro prediletta).

Detto questo ci rendiamo conto che il tutto segue un determinato ordine, il quale è unico in tutto il nostro universo conosciuto.

Accennavo prima ai Profeti, sia maggiori che minori, i quali sono riusciti ad entrare in questo sistema di evoluzione spirituale malgrado talvolta, appunto, non avessero avuto delle formazioni particolari. Essi erano quindi spontanei nei loro ragionamenti e nel loro comportamento, e questo ha permesso loro di seguire senza pregiudizi il movimento modulatorio portandoli ad immergersi nella co­scienza comune che ha origine da Dio e che è la stessa per ogni cosa creata.

La nostra mente è invece inquinata da migliaia di informazioni, corrette o meno, che inibiscono in modo sensibile delle concezioni elementari riguardanti l'esistenza del tutto, ci buttiamo in complicate teorie, eludendo le cose più banali che sono insite nel nostro più profondo pensiero, dando più importanza alla nostra mente piuttosto che a quella presenza che le permette di operare sul piano fisico, presenza che è una e unica per tutti, ma che però non ci forza in nessun modo a ri­conoscerla o a divenirne schiavi. Questa presenza rimane in attesa di venir scoper­ta, a comprova della sua grazia e benevolenza; di fronte ad essa saremo noi stessi a riconoscerne la supremazia assoluta, noi stessi comprenderemo il nostro gretto comportamento nei confronti della Sua Logica, del suo Amore.

Dobbiamo quindi, in un certo qual modo, fare il possibile per comprendere che esiste una sola Verità, che è semplice più di quanto non possiamo credere. È inutile quindi cercare di comprendere la vita scindendo l'atomo o con esperienze analoghe, dimenticando nel frattempo di porgere un sorriso a coloro che ci accom­pagnano in questo passaggio obbligato.

Quando Gesù, nel deserto, denigrò metaforicamente l'offerta di Satana, di­mostrava l'inutilità dell'affanno, da cui ci lasciamo perseguitare, verso le "cose" di questo mondo; dimostrava la sua presenza esclusivamente materiale su questa di­mensione mantenendo il suo Vero Essere nel mondo spirituale, conscio di cosa fosse veramente importante. Malgrado ciò, in molti, sia dei suoi seguaci che altri, si rivolgevano a Lui chiedendogli guarigioni del corpo fisico, chiedendogli dimostra­zioni tangibili della sua potenza; quel giorno che però quella donna tra la folla guarì, toccando a Sua insaputa un lembo della sua veste, Egli si rivolse a quell'anima facendole notare di come fosse stata la sua fede a guarirla, non Gesù stesso. Possiamo dedurne che ognuno di noi, con l'apertura mentale volta alla Veri­tà, può arrivare ad ottenere condizioni ottimali di esistenza (non è cosa semplice, comunque) che si basano esclusivamente su cose che non sono di questo mondo, non sono di questa dimensione a noi nota.

A questo punto siamo in grado di avere un aspetto di Dio basato su una per­cezione mentale che, pur piccola o grande che sia, rasenta solo in modo lieve quello che è realmente la Sua "natura". Molti di noi ritengono che, essendo l'uomo stato creato a sua immagine e somiglianza, egli sia per forza definibile come po­tremmo definire nostro padre o nostra madre, quasi a suggerirci che, in qualche parte dell'universo, esista un originale di prototipo umano che ha costruito delle copie esatte di sé stesso, ma che avrebbe, in un certo senso, fallito nel suo in­tento, considerandone l'evidenza del risultato. Se noi invece riusciamo ad immagi­nare l'essere umano come composizione di sentimenti ed emozioni, riusciamo pure a capire che noi gli abbiamo voltato le spalle, attaccandoci maggiormente alla ma­teria anziché allo spirito. Questo ci è stato possibile con il desiderio, lo stesso che ha attirato l'attenzione dei progenitori Adamo ed Eva verso il frutto del peccato (di qualsiasi genere sia stato) anziché verso la sublimazione di un'esistenza più sottile. Non me ne vogliano, qui, gli gnostici che danno un significato molto diverso a questo passo della genesi, molto interessante senz'ombra di dubbio, ma molto me­no diffuso di quanto non lo sia la versione ufficiale riconosciuta dalla Chiesa, dove troviamo che Eva (Zoe) è la vera luce divina nascosta dal Metropator (Dio) in Adamo (Adamas), e che il serpente non è che una manifestazione di Dio per riuscire a sal­varli dall'ombra degli Eoni in cui sono, in un certo senso, prigionieri, e dove ri­mar­ranno, come dicono anche le scritture ufficiali, sino all'intervento del Cristo do­po la crocifissione.

Naturalmente non sta' a me asserire la veridicità di una versione anziché l'al­tra, entrambe mettono in evidenza la pienezza della Luce Divina che è la stessa per entrambe i casi, ci sono inoltre centinaia di altre ideologie religiose o scientifi­che sulla Genesi dell'Universo, che, in qualsiasi caso, non potrebbero mai rendere effettivamente l'idea di ciò che realmente fu, esattamente come non sapremo mai se Gesù, sulla croce, disse: "Eli, Eli lamma sabactani", cioè "Dio, Dio perché mi ab­bandoni", oppure: "Heli Lamah Zabac Tani" che, secondo A. Kaiser, sono parole in lingua Maya che significano "Ora sommergimi nella luce della tua presenza" dovute ad una permanenza iniziatica del Cristo in Tibet, durante gli anni di cui non ci sono state tramandate cronache, e dove si ritiene vi sia, tuttora, la sua tomba.

Man mano che proseguiamo notiamo che: Dio è un insieme di attributi: Luce, Amore, Eternità, Fede, energia, ecc., molti dei quali siamo perfettamente in grado di comprendere con la nostra seppur piccola mente, e quindi anche il più scettico tra i scettici dovrebbe, per un attimo, afferrare un piccolo bagliore di quali sensa­zioni provochi, in noi, la presenza di Dio; sono sensazioni che comunque non sono legate al solo proprio piacere, bensì al piacere collettivo, per questo un vero illu­minato da Dio, non potrà mai provocare danno, in nessun modo, al suo prossimo, oppure spingere qualcun'altro a farlo, così come non si metterà a combattere un sistema politico o, come purtroppo succede spesso, un'altro ordine religioso.

Il vero illuminato, inoltre, non sarà mai crudele o cattivo contro chi ha pec­cato, egli lo richiamerà con fermezza e con amore come una Madre o un Padre fanno con il proprio figlio; potrà sì, punirlo, ma mai in modo brutale.

Queste semplici indicazioni sono basilari per non doversi trovare a seguire determinati personaggi che si ritengono Messaggeri di Dio, e che ne manifestano pure determinati attributi (taluni, in effetti, non sono esclusivamente Divini), ma che in realtà seguono uno scopo egoistico, e spesso tragico per chi, in buona fede, si lascia attrarre da banali lusinghe o da veri e propri lavaggi del cervello ad opera di alienati mentali (potrei riportare casi del genere ma sono sicuro che chi legge ne sia senz'altro a conoscenza e preferisco lasciare nel passato ciò che è stato).

Purtroppo, però, "grazie" a queste esperienze, siamo portati al rinnego a priori di qualsiasi individuo tenti di proporci delle rivelazioni Divine; i veri Santi, per esempio, sono stati dichiarati tali solo dopo la loro morte, impedendo all'umanità di approfittare degli insegnamenti morali di questi mentre erano ancora in vita. Di sicuro siamo così vuoti di spirito che rinchiuderemo Gesù in un mani­comio, quel giorno che ritornerà dichiarandoci di essere il Cristo, obbligandolo quindi a doversi manifestare in un modo eclatante, sperando che non venga scambiato per qualche trovata pubblicitaria o per il set di un film con effetti speciali.

I veri Induisti, per esempio, ritengono che Brama (il padre, Dio) si incarni sulla terra, di era in era, in particolari situazioni di necessità, da parte dell'uomo, della presenza divina; per questo motivo venerano, in modo profondamente devo­zionale, molte persone (viventi) che ritengono Santi e, addirittura, ritenendone talune Incarnazione di Dio. Purtroppo sorge un po' di confusione perché ognuno dei vari gruppi ritiene di aver trovato il Santo dei Santi, ma ... se fosse vero? Hanno quindi ragione nel dedicarsi a loro con il corpo e con lo spirito e, oltretutto, la loro rinuncia quasi totale ai beni materiali fa' sì, che non abbiano nulla da perdere, al massimo di che guadagnarci.

Noi, presunti Cristiani, ci riconosciamo per quei materialisti che siamo, ma non facciamo nulla per porvi rimedio, stiamo soltanto ad aspettare che giunga qualcuno con la bacchetta magica e ci porti o in Paradiso o all'Inferno, con­tinuando a comportarci come meglio crediamo, ognuno per conto suo, anche se pretendiamo di dimostrare che siamo uniti o in questo o in quello; siamo pronti a dare un aiuto finanziario alle società di beneficenza, quando al nostro vicino di ca­sa, paralizzato nel letto, basterebbe qualcuno che gli tenga compagnia, in modo spontaneo e non forzato (o addirittura pagato), per mezz'ora al giorno, tanto per sentirsi ancora vivo.

Se Dio è Amore anche noi lo siamo, se Dio è Luce anche noi lo siamo, se Dio è misericordioso lo possiamo essere anche noi, senza imporci dei propositi di aiutare il prossimo a tutti i costi per fare piacere a Dio (o peggio per riscattarci da qualche peccato), ma dobbiamo esserlo nella coscienza di vivere nella condizione di Grazia e Misericordia.

Nessun uomo è uguale, così come nessun fiocco di neve è simile all'altro, l'uguaglianza sta in ciò che sostiene il tutto; è una situazione che dovrebbe essere sperimentata da tutti, indistintamente, per poterla veramente assaporare nella sua dolcezza e nella sua realtà; è questo fondo di uguaglianza che fa di molti uomini l'umanità, e di molti fiocchi di neve la valanga. La grandezza di Dio dipende da dove la si guarda; come la montagna, che si vede piccola in lontananza e diventa enorme quando ci si trova ai suoi piedi, lo stesso è Dio, più ci avviciniamo più di­venta immenso, più gli permettiamo di esistere fuori e dentro di noi, più noi esiste­remo in Lui, più gli saremo simili nel significato biblico.

Per questo motivo posso assicurare che chi conosce l'Amore conosce Dio. Non sono assolutamente due cose separate; il fatto di insistere su "Dio" anziché ac­contentarsi di "Amore" è proprio perché con questo termine si comprendono anche le altre qualità che ho enumerato sopra (in modo succinto). Se, a questo punto, non siamo ancora in grado di distinguerlo come Unico è semplicemente perché non abbiamo ancora sperimentato, direttamente sulla nostra pelle, alcune sue proprietà, che ne costituiscono la caratteristica fondamentale.

Noi possediamo anche un istinto di conservazione che ci sostiene, ci salva la vita in situazioni critiche della nostra esistenza, per quanto riguarda invece il so­praggiungere certo della morte, ci lasciamo prendere dalla paura, dal panico, che sono dovuti, principalmente, alla nostra ignoranza, all'errata interpretazione del nostro sistema vitale. Non siamo capaci di vedere che noi, in qualità di Spirito, sopravviviamo all'Anima di carne e ossa, rimanendo in seguito in uno stadio di at­tesa alla riunificazione con il principio divino. È una situazione al di fuori della concezione logica di questo mondo; l'altro mondo è per noi solo una parola, una definizione che ci lascia indifferenti perché, in fondo, non ci crediamo. Eppure du­rante il sonno non sappiamo dove siamo, non ce ne rendiamo conto, non abbiamo più il contatto con il nostro corpo, come lo abbiamo durante lo stato di veglia; du­rante il sonno arriviamo, persino, a toccare altri livelli di esistenza con il sogno, gli incubi... ma, quando ci corichiamo, non abbiamo paura e terrore, è ormai una pra­tica abituale di cui non ci preoccupiamo, non ci prendiamo nemmeno la briga di analizzarla; in fondo, però, anche lo stato di sonno non è una componente logica del nostro modo di vedere le cose. La "morte" non può essere sperimentata prima, ma effettivamente segue lo stesso funzionamento del sonno, in forma più incisiva senz'altro, ma non, per questo motivo, da affrontare con timore. La morte dei no­stri cari ci darà pur sempre dispiacere; quando si abbandonano gli affetti è logico che si provino tristezza e amarezza, ma in noi deve sopravvivere la certezza del rincontrarsi in situazioni migliori, ci si deve convincere che l'altro mondo è la Luce di Dio, la sua immensità, il suo Amore, perché in quel momento siamo esclusiva­mente Spirito e non materia, esseri pneumatici, senza ostacoli all'Illuminazione ce­leste.